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Gianni Clerici : "Il tennis tecnologico di oggi mi annoia"

17.06.2012 16:15 di Michelangelo Palumbo  articolo letto 2341 volte
Fonte: Michelangelo Palumbo per Pianetatennis.com
Foto Michelangelo Palumbo
Foto Michelangelo Palumbo

E’ un Gianni Clerici in grande spolvero quello che si presta alle domande di Attilio Giordano (direttore de Il Venerdì di Repubblica) nella splendida cornice di Palazzo Re Enzo, a Bologna.  E, nonostante guardi il tennis con un po’ di rammarico per i tempi che furono, mantiene sempre una grande ironia confermando la fama di “Dottor Divago” così come soprannominato dall’amico-collega Rino Tommasi, con il quale regalarono telecronache leggendarie.
IL MITO – Ed è proprio sul mito di Gianni Clerici che si concentrano le prime osservazioni di Giordano al quale il grande giornalista risponde precisando che “il mito è una cosa che si addice più a un defunto, ci vogliono degli anni prima che uno si consolidi come mito. E’ un termine usato modernamente in modo inappropriato”. Ammettendo che sul proprio successo pesi fortemente il tennis, nonostante abbia scritto anche romanzi di altro genere “Senza tennis non ci sarebbe stato alcun mito. Finchè non ci fu Gianni Brera, uno dei miei zii adottivi, che era estremamente colto, parlava tre lingue e il latino, chi si occupava si sport era considerato un poveraccio. Una volta mi trovai al Premio Strega in compagnia di M.Soldati e la Signora Bellonci (fondatrice del Premio) mi disse: Lei è quello che si occupa di tennis e sa usare anche i congiuntivi? Era incredula, scandalizzata”. Stuzzicato se il problema fosse tutto italiano, Clerici smorza: “No, anche in USA, avevo un amico bravissimo che però pagava la colpa di essere un cronista sportivo e mi diceva: “We belong to tennis, we belong to the sport” con un po’ di amarezza”.
IL CLERICI TENNISTA E I CAMPIONI DI OGGI – Gianni Clerici è stato anche un discreto tennista negli anni 50 e stuzzicato sulla sua carriera da Giordano che lo colloca nella top 100, risponde: “Le classifiche non erano quelle di oggi, calcolate al computer ma potevo essere nei primi 100, visto che partecipai a Wimbledon e al Roland Garros (1953). Quello che mi mancava era l’autostima, quando vedevo i match dei tennisti che avrei dovuto incontrare pensavo che fossero bravissimi. Quando sei giovane, l’autostima è fondamentale. I giocatori di oggi sono tutti ossessionati dalla voglia di affermarsi. In carriera, ne ho incontrati tanti di giocatori talentuosi ma con poca forza mentale. A Roger Federer non manca di certo l’autostima…”  Mentre sul miglior tennista della storia il giornalista comasco non ha dubbi: “Se conosci il gioco non puoi dire chi è il migliore di sempre, adesso si gioca un turbotennis, con racchette costruite con materiale spaziale, il gioco è totalmente cambiato, non  puoi stilare una classifica. Sarebbe come stabilire chi è il più grande tra Gesù, Maometto e Buddha oppure tra Michelangelo e Leonardo, non è possibile…e così è nel tennis”. Interrogato sul suo preferito rivela:”Beh ho avuto un amore, per uno dei pochi tennisti che non ho mai visto, probabilmente ha contribuito proprio il mito a farmene innamorare. Era Big Bill Tilden, un ragazzone che vinse Wimbledon nei primi anni 20 e disse:”Adesso chi mi vuole battere venga a New York”, tornò dopo 10 anni e rivinse Wimbledon a 37 anni. Provò anche una carriera da attore e regista di teatro, fallito a dir la verità. Una volta giocò in Coppa Davis, vinse e dopo un’ora partecipò ad uno spettacolo a Broadway…insomma Nadal o Federer non ce li vedo a fare una cosa del genere…un bel personaggio. Adesso i giocatori sono vittime della società contemporanea, dei fan, delle mogli, delle amanti, dei manager” .
Inevitabile anche una considerazione su Novak Djokovic, attuale n.1 del mondo: “Per Djokovic ne faccio una questione di razza. Nel senso che così come i neri dominano nell’atletica, i serbi hanno particolare attitudine per lo sport. Sono forti nel calcio, nella pallanuoto ed era inevitabile anche nel tennis. I serbi saranno appena 6 milioni ed hanno avuto la Ivanovic che ha vinto il Roland Garros, la Jankovic che è stata n.2-3 del mondo, Djokovic e un altro nei primi 10 (Tipsarevic)”. Il tono diventa inevitabilmente più amaro quando si parla del tennis moderno: “Cambiare le regole per evitare che facciano rimbalzare la palla 20 volte prima di servire non è possibile perché ai vertici ATP interessa gestire più i capitali che il gioco. Il gioco di oggi è ripetitivo e noioso con solamente colpi da fondo campo e la colpa è di queste nuove racchette ipertecnologiche che ti permettono di trovare degli angoli impossibili. Se vai a rete ti becchi per forza un passante. E’ diventato uno sport noioso che non ho la forza di abbandonare per questione di abitudine ma non mi piace più, è noioso”. Sull’interessante domanda sul perché negli ultimi dieci anni le donne in Italia abbiano ottenuto grandi successi e gli uomini niente, Clerici conferma la fama di “dottor Divago” e risponde: “In questo caso mi dichiaro romanziere. Il mio prossimo libro si intitolerà “Il mondo delle donne” o “la dittatura delle donne”, provate a cercare una risposta là”.
IL CLERICI GIORNALISTA E IL GIORNALISMO SPORTIVO  - Giornalista sopra le righe che spesso scrive di un incontro senza citare nemmeno il risultato, Clerici risponde ”in Italia non si è capito la differenza tra reporter e columnist. Un columnist come Michele Serra, ad esempio. Il risultato è una cosa che già si conosce, quindi mi sembra giusto scrivere di altro, magari, degli incontri avuti nei corridoi. Questo modo di scrivere è, come mi disse Maria Corti, fondatrice dell’Università di Pavia, quasi dialettale, lombardo. Dialetto più inglese, soprattutto per quanto riguarda l’autoironia”. Sul giornalismo sportivo di oggi e i suoi cambiamenti, a sorpresa, rivela: “Mi interesso poco, ormai sono intossicato, leggo poco di sport. Ci sono alcuni bravi come Mura, Crosetti ma in realtà leggo quasi niente. Mi interesso di economia e leggo le opere dei miei amici”.  Diventa irresistibile quando gli chiedono di come si documenti sulla vita anche dei parenti dei giocatori su cui scrive: “Da giovane, in realtà, aspiravo ad un posto all’anagrafe ma non sono mai stato preso. Diciamo che sono molte le cose che mi raccontano sugli spalti dei tornei e io collaboro alla loro immaginazione”.

 


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